Per la parola alle donne: la rivoluzione più lunga
13 Marzo 2026
di Letizia Buoso
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Sabato 7, vigilia dell’8 Marzo 2026, teatro di Cassano Valcuvia: dieci attrici e un attore, dai 20 ai 70 anni, portano in scena La parola alle donne. Per una sala colma di persone dello stesso arco di età e oltre, chi dal territorio attorno al teatro e chi sta arrivando da più lontano. È un’assemblea di generazioni: lo è stato il processo di lavoro, lo è questo andare in scena adesso.
È la nuova produzione di Teatro Periferico: nasce dalla visione del film Women talking - il diritto di scegliere di Sarah Polley, diventata lettura scenica della sceneggiatura l’8 Marzo e il 25 Novembre scorsi. Poi riscrittura per il teatro: per lavorare alla drammaturgia, Loredana Troschel è tornata anche a Donne che parlano di Miriam Towes, il romanzo da cui tutto ha origine. La regia di La parola alle donne è di Paola Manfredi, con l’assistenza di Lilli Valcepina e le scenografie di Salvatore Manzella.
Buio. Sulla destra della scena, un taglio di luce cade sull’urlo di Nettie: è un’adolescente, saluta il bambino che ha da poco partorito e non è sopravvissuto se non qualche giorno. Sta trovando il coraggio di dirlo ad alta voce, a suo fratello, che potrebbe esserne il padre o, se non lui, uno dei suoi amici. Ma non vuole parlarne più, anzi, non parlerà più del tutto.
Un bagliore all’estremo opposto del palco: Nettie non è sola, la sta ascoltando e le crede un’altra donna, appena più grande. È lei a scandire d’ora in poi al microfono la struttura di quello che sta accadendo: l’antefatto e i movimenti successivi. È lei che ci invita a stare a sentire.
Portano in scena un fatto reale, accaduto tra il 2005 e il 2009 in una piccola colonia mennonita in Bolivia: Miriam Towes, nata e cresciuta a sua volta fino a 18 anni in un’altra colonia mennonita in Canada, ne ha scritto un romanzo, pubblicato nel 2018. Nel libro, Towes ha spostato ogni accadimento in Ucraina, da dove nell’Ottocento partirono i fondatori della colonia canadese, compresi i suoi nonni paterni.
Qui in teatro, lo spazio specifico di quei luoghi è diventato tempo: una vicenda che può sembrare remota ma si è svolta all’inizio del nostro secolo, ci dice la narratrice, mentre nell’ombra, sul fondo, le altre nove donne si sono schierate, dandoci le spalle. Neutre: i piedi nelle stesse scarpe che quotidianamente indossiamo tutte, ciascuna potrebbe essere una di noi in platea. Un solo uomo giovane va a un tavolo con una campana, grandi fogli e matite e bilancia sul lato opposto la narratrice. Poco altro, sulle tavole vuote del palco: una scala a pioli di legno, una cesta piena di spighe e la terra in cui erano prima di essere raccolte appare nel colore scelto per alcuni dei vestiti.
Le donne rompono la riga e si avvicinano tra loro e a noi, l’uomo resta silenzioso al tavolo: prendono postura e tono dei differenti personaggi. Cominceranno a parlarsi, in italiano adesso, ma i loro nomi, come la lingua originale con cui riflettono e discutono, sono nati dal plautdietsch: una lingua orale risalente al medioevo, quasi estinta, mescolanza di tedesco e olandese, a cui le donne mennonite erano educate esclusivamente, col divieto di conoscerne altre e di imparare a scrivere e a leggere.
La narratrice è nata con lo spettacolo teatrale: ha panni e piglio di una giornalista di inchiesta ma incalzare ognuna delle altre, progressivamente la coinvolge e la porta ad aver cura di tutte, a riorientarle quando prendere parola genera in loro una confusione insostenibile, a cantare con loro. Le nove donne si sono rese conto che fratelli, zii, cugini, vicini di casa le addormentavano profondamente con uno spray per le mucche e le stupravano. A ogni dubbio per i loro corpi pieni di lividi, ferite, malattie e gravidanze incomprensibili, le hanno convinte di essere pazze o in preda a demoni. Ma Salomé una notte ha finto di dormire, non ha respirato lo spray ed è riuscita a respingere con la falce uno degli uomini: ora lui e gli altri che lui ha indicato sono in carcere, in città, una sospensione di 24 ore per accertamenti. Le donne riunite cominciano a parlarsi apertamente, non hanno mai avuto alcun potere decisionale nella comunità ma ora si danno tre possibilità: scegliere se Andare via o Restare e combattere, o Perdonare.
Le sostiene anche August, figlio di Monica: lei molti anni prima aveva già capito, aveva fondato una scuola aperta per le bambine e provato a immaginare e proporre un futuro differente, così era stata scomunicata e bandita con lui. Lui viaggiando ha imparato altre lingue, studiato in università, è tornato ed è stato riammesso come maestro dei bambini della comunità. È lì, questa sera, per richiesta di Ona: scriverà lui il verbale che nessuna saprebbe scrivere.
Ci vorranno ore - per noi decine di minuti - di pressione che cresce esponenzialmente, i silenzi brevi e rari necessari a recuperare fiato e ridere almeno qualche istante di cuore, perché riescano a prendere parola tutte: serve mettere in comune ragionamenti, vissuti e paure. E imparare a dialogare, con una parola non astratta ma incarnata, che si assuma anche la fatica di entrare in conflitto con sé stesse e tra molte.
Insieme, inizieranno a riconoscere che Andare via può diventare fuggire, anche a sé, rimuovendo o non elaborando tutto quello che è inscritto nel proprio corpo e nella propria vita, personale e sociale. Che è più necessario che mai sostare, proprio mentre tutto accelera spaventoso, e creare reciprocamente la possibilità di accogliere le proprie esperienze: di arrivare a nominarle, senza segreti e vergogna, spostandole dal personale al pubblico. Di decifrarne le responsabilità.
Tutte hanno in sé una legge imposta dai padri e dagli anziani: un codice virile, fondato sul dominio, dove l’amore è intrecciato alla violenza e stravolto, dove possiamo chiamare Perdonare quella che invece è sottomissione e Restare e combattere può diventare vendicarsi, replicando e moltiplicando il codice come un destino, invece di interromperlo una volta per tutte.
È essere raccolte così, che legittima finalmente quello che si è, si sente, si pensa. E permette di decostruirlo: sviluppano una coscienza condivisa più profonda e sottile, fino a non voler più - una dopo l’altra - mettere in pratica quello a cui sono state educate. Riescono a scusarsi tra loro, a fidarsi. E attraverso il reciproco riconoscimento, fondano una solidarietà che può rifiutare radicalmente la violenza e diventare prospettiva di pace.
Ora sì, possono partire e mettersi a distanza da chi le opprime e ne abusa: possono ritrovare l’orizzonte e provare ad andare nel mondo oltre la colonia. I verbali restano scritti e August ne avrà cura. La narratrice torna al microfono, le saluta cantando il canto imparato con loro: per loro, per noi, per chiunque ovunque sia in un movimento simile.
Quando le luci si riaccendono, la commozione è densa e diffusa, la gratitudine così intensa che diventa abbracci e chiacchiere fittissime, mentre ci cerchiamo, decantiamo e il teatro si fa anche spazio dove riposiamo e ceniamo insieme.
Poi curviamo le sedie in cerchio e torniamo a pensare: quel che accadde in Bolivia non è un’eccezione e lo sappiamo anche qui in Italia dai casi estremi della cronaca, ma lo sappiamo, con ogni altra proporzione, dalle esperienze quotidiane di molte. E tutto quel che ci è accaduto fin qui questa sera è stato possibile perché il teatro custodisce che esista il corpo sociale: ci sono anche le persone che animano le associazioni del territorio, stasera tra noi, e c’è anche Lea Melandri, protagonista del movimento femminista, una delle esperienze più acute di comprensione dei codici culturali che abbiamo ereditato e condividiamo. Quello che abbiamo attraversato stasera è, in altro modo, nel vissuto di Lea, fin dalla sua nascita in una famiglia numerosa di una piccola comunità agricola romagnola negli anni ’40. È nel desiderare e riuscire a ottenere di frequentare un liceo anche se donna e di una classe sociale bassa, nell’inventare già lì di scrivere anche fuori tema e continuare fino all’università, poi diventare maestra antiautoritaria negli anni ’60, osservando cosa vive anche sotto il banco. È nel suo inventare con molte altre i gruppi di autocoscienza femminile fin dagli anni ‘70 e poi sempre più articolate pratiche di presenza e partecipazione alla critica e alla reinvenzione incessante del presente: anche oggi, quando le donne di ciascuna generazione stanno finalmente imparando a pensarsi come sesso e come genere, mentre gli uomini non ancora o raramente. Ce lo racconta a lungo, con grande generosità e un’energia che sembra inesauribile. E come in uno dei suoi laboratori di scrittura di esperienza, dove Lea guida a riconoscere sé dal risuonare con frammenti di parole di altre e altri, connettiamo al suo racconto tratti del processo di lavoro per la creazione dello spettacolo e inquietudini, slanci e domande di chi con incanto o contrarietà ci chiama a ulteriore confronto.
Ci fermiamo quando ormai è notte ed è un arrivederci.
Fuori dal teatro dove siamo, poche ore prima, Gisèle Pelicot ha ricevuto un riconoscimento dal presidente spagnolo Pedro Sanchez, per aver spostato pubblicamente in un tribunale la vergogna da sé ai suoi stupratori e averci fatto chiedere, non solo in Francia ma tutte e tutti in Europa e sul pianeta, cosa siano il sessismo millenario e allora equità e giustizia possibili. E in tutta Italia sono pronti i cortei che da domattina chiederanno una volta di più che anche nel nostro parlamento si torni a riconoscere il principio del consenso (appena negato per legge), la necessità di un’educazione sessuoaffettiva e di disarmare le vite, mentre protagonisti e protagoniste dell’economia mondiale stanno smantellando il welfare e inaugurando il tempo del warfare. Sugli striscioni, vedremo scritto disarmare guerra e patriarcato: scrive Lea, la rivoluzione più lunga.

