COMBATTENTI — KRAPP’S LAST POST / 24.3.2016
È una favola amara che parla di contemporaneità, “Combattenti”, di quel mondo
d’oggi circondato da una rabbia che a tratti sembra farlo esplodere.
Ci si muove sulle macerie del presente: siamo nel 2013, l’anno più duro della crisi
economica, nella periferia di una grande città del Nord. Qui una ex campionessa
mondiale di boxe e un ex giornalista sportivo misurano i loro fallimenti, mostrando
di aver sempre trovato la forza di alzarsi e combattere per sentirsi vivi.
Giudy la furia (Lilli Valcepina) è una donna dura, ruvida, aggressiva che, dopo
cocenti delusioni sul ring e in amore, ha attraversato il tunnel della depressione, da
cui è faticosamente uscita, impegnandosi nella gestione di una palestra di boxe in
grave crisi economica.
Raffaele (Giorgio Branca) è stato un giornalista sportivo, un marito, un padre, un
boxer amatoriale e anche un militante di sinistra; alla soglia della maturità, dopo
aver collezionato delusioni professionali, sentimentali e politiche, non vuole
saperne di arrendersi, continuando a guardare al futuro e ad alzarsi dopo ogni
knock-out.
Sono due combattenti, quelli tratteggiati dalla penna di Renato Gabrielli, legati dal
fallimento e dal desiderio di riscatto, ognuno a proprio modo. Si alleneranno
insieme per mesi, mettendo ognuno a disposizione dell’altro impegno e
competenze. Sarà un match avvincente con cui tenteranno la risalita; in mezzo ci
sarà l’amore, che darà il colpo finale, quello dal quale non ci si rialza più.
In “Combattenti” il drammaturgo milanese realizza un racconto contemporaneo
lineare e compatto, diverso dal surrealismo di “Questi amati orrori” o dalla
dimensione introspettiva che dominava “La donna che legge”.
Il fallimento, la risalita, l’odio, l’amore, la maturità, la rabbia e la frustrazione sono gli
ingredienti di una vicenda che assume una fisionomia realistica, ambientata in
un’Italia ai tempi della crisi.
Come due equilibristi, Giudy e Raffaele si muovono sulla corda tesa di un mondo
che è cambiato troppo in fretta e in cui faticano a trovare spazio. Avendo
attraversato una giovinezza di successo negli spensierati anni ’80, hanno superato
il decennio successivo indenni, ma si sono trovati spiazzati di fronte al nuovo
millennio. Una nuova era in cui la società liquida non li riconosce, relegandoli al
ruolo di ex-protagonisti. Le categorie con cui interpretavano la realtà, come quella
“sinistra” di cui Raffaele parla spesso con tanta nostalgia, non esistono più, e nel
nuovo mondo le distanze fisiche si sono accorciate sensibilmente, mentre la
solitudine è cresciuta a dismisura.
Paola Manfredi, che firma la regia di questa produzione di Teatro Periferico, porta
Giudy e Raffaele su un vero ring (quattro sgabelli agli angoli, guantoni, muscoli
tesi), metafora del palcoscenico della vita, una vita pronta anche a metterci al
tappeto.
Al gioco di luci viene lasciato il compito di adattare il palco ora a palestra di boxe
ora a spazio neutrale.
Il ritmo è teso e concitato, scivolando però spesso verso toni più leggeri che
stemperano l’amaro della storia con un meccanismo di alternanza ben congegnato.
In scena due attori in forma: la prestanza fisica di Lilli Valcepina declina – nei toni
della voce, nelle movenze e nella complessiva fisicità – la ruvidità e il cinismo che
una donna ferita e delusa mostra come armi di difesa; Giorgio Branca, sebbene in
tono minore perché messo maggiormente fuori forma dalla vita, non risparmia una
grinta che tuttavia traduce spesso in un entusiasmo esagerato e in un ottimismo
che pare a tratti ingiustificato.

